Michelangelo Merisi, nato a Milano nel 1571, detto Caravaggio dal paese di origine dei suoi genitori, negli ultimi decenni è diventato l’artista più popolare e conosciuto anche dai non cultori dell’arte, sia a livello nazionale che internazionale. Sono state organizzate negli ultimi decenni infinite mostre, in ogni luogo, commenti, programmi televisivi, pubblicazioni e articoli di giornale, tutti inneggianti ad uno dei più grandi artisti di tutti i tempi, così è descritto, conosciuto e rappresentato.
Per me non è così.
Caravaggio, secondo il mio pensiero, è un grandissimo ed inimitabile artigiano, capace di una tecnica espressiva verista, naturalista, reale, rappresentativa della umile e povera condizione umana di una parte della popolazione dell’epoca.
Il suo concetto di luce e oscurità è stato imitato in tutto il ’600 da infiniti altri pittori italiani e stranieri, senza mai raggiungere i suoi livelli.
Ora una analisi di quello che dovrebbero essere gli artigiani e gli artisti.
L’artigiano può essere identificato nei secoli come la persona capace di realizzare una delle tante cose necessarie all’umanità, per soddisfare le necessità del corpo dell’uomo e contemporaneamente il suo gusto estetico.
L’artista è quello che, dagli albori della civiltà fino a ieri, è in grado di fare le cose che travalicano la mera funzione fisica del manufatto, per aggiungere quel di più, quel distintivo, quell’espressivo, quel narrativo, quella sensazione, quella emozione, quella bravura nella trasformazione della materia, quel sogno. Tutto questo poi definiamo valore artistico, cioè anima, materializzazione del sentimento, trascendenza nella e della materia, visione dell’invisibile, e quello che Dante nel Paradiso definisce come: “trasumanar significar per verba non si poria”. Questo per me è il vero artista.
Caravaggio non rappresenta, come si richiede ad ogni artista, quello che non è rappresentabile, quello che si potrebbe percepire nella mente ma non lo si può vedere perché non esiste materialmente. L’artista deve rappresentare l’invisibile, che comunque è stato presente nella storia ed anche quello che il tempo passato non ha mai visto.
Rappresentare quindi la bellezza, la serenità, in un termine la felicità, il sogno, l’immagine della concezione personale di un evento, questo è il compito dell’artista e questo è l’artista.
Se questo artista invece materializza la vita che ognuno di noi conduce ogni giorno con le sue pene, disgrazie, momenti tristi ed oscuri, le sue miserie che lo affliggono, non c’è bisogno dell’artista. Questo stato, specialmente il pover’uomo, lo vive direttamente e lo vede di fronte a sé, guardando gli altri, specialmente in determinati luoghi.
Caravaggio rappresenta quello che ogni povero vede tutti i giorni nella sua vita e in quella dei suoi simili nel suo intorno, e quale speranza potrebbe indurre la vista di una sua rappresentazione, quale futuro, quale serenità, quale speranza, quale gioia può stimolare nel povero, che invece avrebbe tale necessità per sperare in un mondo diverso.
Voglio fare l’esempio di San Francesco, che viene proposto sempre come il Poverello di Assisi, come colui che ama la povertà, che parla ai poveri di povertà. Grande errore. Parlare ai poveri di povertà è proprio quello che non si deve fare, perché questi poveri potrebbero anche aggredirti, e non certo accettare il tuo discorso, poiché la povertà loro la vivono veramente, e con discorsi del genere si toglie la speranza.
San Francesco parlava al ricco di povertà, proprio per spronarlo ed indurlo all’aiuto verso questi.
Ogni religione propone la speranza in una vita migliore, l’artista deve far vedere questa speranza. L’artista deve far vedere quello che non si vede, non la realtà di tutti i giorni, che tutti conoscono e vedono.
La Chiesa è il tramite verso una vita migliore, una vita priva della povertà e della tristezza terrena, ecco perché i suoi artisti hanno sempre rappresentato gli eventi della cristianità in maniera eterea, accattivante, serena, piena di luce, per indurre così una speranza di felicità.
Questo manca a Caravaggio, perché lui rappresenta gli avvenimenti, che dovrebbero essere di speranza, in ambienti reali ma scuri e intrisi di povertà, e li rappresenta perfettamente e drammaticamente reali.
Quindi è un bravo artigiano, ma non è un artista.
8 aprile 2025
Arch. Giuseppe Gentili