L’architettura funeraria nella storia si è sempre manifestata con una concezione prettamente dualistica, e cioè: il vivo da una parte contempla la costruzione, dove è posto il morto che si trova dall’altra. In maniera più pratica ed immediatamente percettibile: io sono vivo e sto di qua, tu sei morto e stai di là, con una divisione ben evidente; tanto che i media attuali, nella comunicazione di chi muore (e solo se non è un operaio), usano dire: "scomparso", "ci ha lasciato", "si è spento"; se è operaio, "è morto". Non dicono per tutti "è morto", sempre; la morte non fa parte della vita e quindi viene annullata, non esiste e non la si nomina. Quando esiste, è un dramma che viene alleggerito e camuffato con le parole: scomparso, ci ha lasciato, si è spento e simili. È evidente la volontà di impedire qualunque coinvolgimento razionale, qualsiasi contatto pseudofisico, interferenza temporale: io di qua, tu morto, nella tomba, di là, anche se c’è amore e sentimento.
Ho avuto un'esperienza diretta di quello che dico; tanto è radicata nell’uomo la volontà di allontanare il più possibile l’interrelazione della vita con la morte che, in un progetto di alcune tombe private per il cimitero comunale di Sarnano, ho dovuto modificare l’aspetto materiale, visivo e percettivo del progetto. La sequenza lineare delle tombe era distinta in due parti: l’una l’ingresso al sepolcro, l’altra la superficie dei loculi che si alternavano in sequenza. La parte esterna dei loculi, nel progetto originale, doveva essere rivestita di specchi. Il concetto è semplice, anche se molto penetrante: ogni volta che vado a far visita ai defunti, parenti o meno, io mi sarei visto nella tomba accanto ai miei congiunti morti. La mia immagine mi sarebbe tornata indietro dalla tomba: io sono là, dentro con il defunto, anche se amato, e questo mi turba, mi agita profondamente, invece di farmi riflettere e meditare sulla vita e sulla morte.
Quindi, appena proposta una cosa del genere, ci fu un subbuglio tra i nove proprietari: i favorevoli furono in quattro, gli altri cinque rifiutarono violentemente, e lo specchio si trasformò in mattonelle quadrate di travertino, materiale adatto a rimarcare la separazione concreta tra i vivi e i morti. La gente non vuole pensare e tantomeno meditare. Le parti rivestite in travertino erano inclinate, come richiamo alle piramidi, tombe per eccellenza. Qualche giorno fa ho constatato che hanno fatto anche una specie di pensilina di copertura in calcestruzzo che copre il tutto come cappello, eliminando l’immagine visiva di area senza conclusione del rivestimento in travertino.
La cosiddetta società occidentale attuale, al contrario di quello che hanno fatto gli uomini nei millenni passati, ha quasi completamente rimosso dal vivere quotidiano la dimensione trascendente dell’essere umano. Dimensione trascendente riferita sia alla divinità che alla morte.
Raramente si parla di architettura sacra e mai dell’architettura riferita ai cimiteri e alle tombe. Anche se il Papa è ogni giorno in televisione la sua presenza è più riferita al sociale che a Dio. Della morte poi se ne parla spesso come cronaca, e con molto razzismo culturale: se muore qualcuno dello spettacolo, della politica o di livello sociale elevato, i media ci dicono che è scomparso, non morto; se un operaio cade dall’impalcatura: è morto un operaio. In una società del genere è evidente che solo alcuni valori sono messi in evidenza e altri negati. Nelle architetture delle star non esistono costruzioni relative alla morte.
Nella mia attività professionale ho realizzato anche alcune architetture funerarie, e questa sintesi fa parte del mio curriculum.