Fatti del terremoto 2016


La vista corta

La vista corta è un difetto, specialmente se stai sul campanile. Il paesaggio è a 360 gradi ma con la vista corta vedi ben poco quindi pensi che il mondo finisca ai piedi del campanile e vedi solo quello che al momento gli gira intorno.

Con il terremoto del 2016 molte sono le viste corte. Da quello che si sente dire in giro, per la nostra zona sono stati stanziati circa 15 milioni di Euro finalizzati alla ricostruzione delle scuole nei Comuni di Gualdo, di San Ginesio e di Sarnano, scuole distrutte dal terremoto. Giusto finanziamento se non fosse sprecato dalla vista corta.

Ogni Comune costruirà le proprie scuole non nel territorio ma nel centro storico, dove erano prima, pensando in questo modo di ridare nuova energia e sviluppo al proprio paese.

Con una somma del genere si potrebbe costruire nella zona artigianale di Pian di Pieca, in comune di San Ginesio, un polo scolastico non solo per i tre Comuni citati ma per tutti quelli limitrofi. Potrebbe essere un supercentro per giovani, un vero luogo di educazione con tutti i servizi connessi tipo palestre centro sportivo auditorium parco e così via. Infiniti sarebbero i servizi concentrati che potrebbero essere costruiti in tale area baricentrica e a confine con tutti e tre i Comuni, servizi che renderebbero veramente moderno il polo scolastico.

Si spera che in futuro i bambini nascano solo nei centri storici e in quantità tale da poter giustificare investimenti di questo genere specialmente in questo periodo di magrissima non di magra. Gli autobus che portano i bambini nelle scuole, se percorrono tre chilometri o sei o nove non fa differenza, ma le scuole con i centri annessi costruiti a Pian di Pieca sarebbero una vera rivoluzione culturale. Si parla tanto di fusione di Comuni poi quando si presenta l'occasione ognuno spera in branchi di cicogne sulla torre del proprio Comune. Non sono d'accordo alla fusione dei Comuni, ma all'accorpamento di tutti i servizi di un Comune si.

Dimenticavo, perché qualcuno potrebbe pensare che un polo scolastico in un'area artigianale sarebbe un controsenso. Certo lo sarebbe se l'area artigianale fosse una vera zona per le attività produttive, ma qui al massimo troviamo il panificio, un caseificio, il gommista e poco altro, il resto è commercio e anche poco.

Il polo scolastico a Pian di Pieca sarebbe l'unica giustificazione perché un'area paesaggisticamente rilevante sia stata urbanizzata, altrimenti non ci sarebbero scuse di sorta. Ma tant'è ognuno farà la scuola nel proprio campanile, bel futuro con tali idee sia per i giovani che per quelli meno giovani. Bel rilancio dell'entroterra e della montagna. Possibile che nessuno si renda conto di un errore così enorme? Altro che vista corta, questa è mancanza di cervello a spese dei cittadini.

5 aprile 2017

arch. Giuseppe Gentili


Responsabilità degli ordini professionali

Il terremoto è un evento che incide essenzialmente sulle parti strutturali degli immobili, e proprio per questo è un evento molto pericoloso. E’ evidente che in caso di sisma la parte di finitura e decorativa incide ben poco, oppure in parte molto relativa, sull’incolumità degli abitanti. Il lato strutturale quindi diventa di fondamentale importanza al fine della sicurezza. Su questo punto credo tutti siano d’accordo, anche quelli non specialisti del settore come la gente comune.

Chi può allora essere preposto in maniera esclusiva al controllo, verifica e progettazione di strutture in relazione agli effetti sismici? Non tutte le categorie professionali che si interessano di edilizia, perché alcune di esse non hanno frequentato studi specialistici specifici. Tanto è che solo gli ingegneri e gli architetti possono eseguire i collaudi statici, cioè strutturali, degli edifici e solo dopo che siano passati dieci anni dalla prima iscrizione agli albi professionali. Ora se dopo un terremoto, oppure per la prevenzione ai possibili danni, si porge massima attenzione alle strutture, come mai i lavori di restauro ripristino e ricostruzione post sisma possono essere eseguiti da tutte le categorie professionale del settore? C’è un qualche cosa di “fuori legge nelle leggi” fatte per il post sisma e per la ricostruzione, qualcosa di volontariamente ed illegalmente sottaciuto.

Inoltre ci si può chiedere perché le suddette due categorie degli architetti e degli ingegneri debbono spendere almeno 5 anni di tempo in più di studio rispetto alle altre figure professionale e almeno due anni in più rispetto alle lauree brevi, se alla fine tutti possono fare gli stessi interventi? Non nascondiamoci dietro la tipica frase “secondo le proprie competenze” perché è la tipica presa in giro. Differenziare per legge le competenze significa esaltarle e renderle complementari con la dignità e la complementarietà di ognuna. Il medico e l’infermiere sono due competenze diverse e complementari e nessuno può fare a meno dell’altra, ma nessun infermiere si mette a fare il medico.

Qualche mese fa ho indirizzato un messaggio alla magistratura di Rieti e di Ascoli Piceno nel quale in relazione ai crolli e danni prodotti dal terremoto del 24 agosto 2017 e seguenti; invitavo ad una analisi specifica per categorie professionali al fine di conoscere i professionisti i cui interventi sono crollati sotto l’effetto del sisma. Sicuramente nessuno si farebbe restaurare la casa oppure costruire ex novo da un professionista al quale il terremoto ha già distrutto il lavoro eseguito e crollato per sua negligenza o ignoranza; la sfortuna è rara come la fortuna. Invece questi professionisti, compresi anche architetti ed ingegneri di superficiale preparazione, continueranno a produrre effetti nefasti seguitando ad esercitare la professione.

Gli Ordini Professionali hanno il dovere di spingere il legislatore verso l’emanazione di leggi orientate alla selezione dei professionisti, ci sarebbero i termini per interventi legali sia contro lo Stato che contro gli Ordini Professionali. La presa in giro del famoso elenco dei professionisti, per il terremoto, senza differenziare le mansioni e senza individuare le esperienze e gli studi fatti, ma ammessi solo se hanno pagato i contributi, è stata ed è una “circonvenzione d’incapace” perché lo Stato pensa che siamo tutti sudditi e non cittadini. L’Ordine degli Architetti e l’Ordine degli Ingegneri, avrebbero dovuto difendere gli interessi e la professionalità dei loro iscritti invece di accettare leggi qualunquiste. Forse si è più portati per la politica che per la professione.

La connivenza nell’ignoranza è connivenza nella colpa per danni sismici.

Sarnano 22 maggio 2017

arch. Giuseppe Gentili


Terremoto da sempre

Quando ero piccolo, sette-nove anni, mio nonno Sante Cecchetti mi portava qualche volta in pellegrinaggio a Santa Rita da Cascia, perché la figlia, mia zia, si chiamava Rita. Ogni volta che si arrivava a Cascia mi ripeteva la frase: "Cascia Norcia e Visse Dio li fece po' li maledisse". Negli anni successivi, abitando in Roma, quando tornavo a Sarnano e gli nominavo Visso, dove si passava, mi ripeteva la stessa storia. Credevo fosse un modo di dire, una rima, un sonetto, un giocoso detto, invece No. Nel mese di settembre 2016, dopo il famoso e fortissimo terremoto, mi recai in visita a Montegallo nella frazione Castro, dove c'era la casa di proprietà di un mio amico americano che durante il terremoto di agosto era lì in vacanza e visse l'evento in diretta. La casa aveva riportato molti danni e lui viveva prima del rientro negli Stati Uniti in una piccola casa vicina rimasta quasi illesa. In quella frazione quel giorno c'era anche un suo amico, che risiedeva a Torino, anche lui con la casa lesionata. Saputo che noi eravamo di Sarnano mi ripeté la frase di mio nonno con un'aggiunta, a me sconosciuta, e confermata anche dal mio amico Domenico, americano ma nativo e cresciuto a Castro: "Cascia, Norcia e Visse, Dio li fece po' li maledisse, poi girò la mano e benedì solo Sarnano" Questa storiella, mi dicevano, veniva citata dagli anziani della zona in questo modo, e per loro era un detto che faceva parte della loro tradizione, ma non seppero spiegarmi il perché Sarnano risultava benedetto.

Nella rivista Medioevo di febbraio 2017 trovai un articolo sul terremoto del 2016 che aveva distrutto in parte anche Norcia e si citava una frase, un detto dell'area del 1553: "Guardati nell'andar in Norsia Cassia e Visse, perché Dio li maledisse". Finalmente ho scoperto il perché della frase di mio nonno, frase tramandata ed ancora conosciuta, fin dal lontano 1553. Il terremoto è sempre presente in queste zone.

Un chiaro detto popolare, riferito alla situazione geologica di questa parte dell'Appennino. Queste concomitanze mi hanno fatto molto riflettere sulla cultura popolare antica e tramandata in queste terre pericolose sismicamente, ma sempre abitate, e sulla poca conoscenza che si ha, non dell'evento in se, ma di come le popolazioni lo hanno vissuto nei tempi.

Forse Sarnano, nella strofa, è benedetto per via della presenza di san Francesco? Per via che il Santo diede lo stemma al Comune nel segno del Serafino a sei ali? Sarebbe interessante scoprirlo. Comunque, lo trovo affascinante, molto affascinante.

Peccato che del terremoto ci si interessi solo dal punto di vista economico.

Sarnano, aprile 2017

Giuseppe Gentili


Terremoto 2016. Danni collaterali (per esempio Camerino)

Sono passati due anni e più dalle scosse sismiche del 2016, non ci sono tracce di ricostruzione concreta, ancora alcuni centri storici sono chiusi nella zona rossa senza conoscere un programma temporale di ricostruzione. A questa inerzia non giustificata si aggiungono interventi coscienti di creare danni permanenti superiori a quelli del terremoto. I danni del terremoto prima o poi si ripareranno con la ripresa sociale delle attività economiche e culturali dei centri storici, ma ci sono interventi in conseguenza del terremoto che determineranno l'impossibile rinascita della vita in alcuni comuni. Per esempio se con la scusa del terremoto spostiamo in maniera definitiva alcune attività di base che implicano indotti economici rilevanti, e le portiamo all'esterno della città nelle aree periferiche dell'abitato utilizzando oltretutto nuova terra da urbanizzare, è il modo sicuro di gettare le basi per un abbandono definitivo di quello che una volta veniva definito centro storico di valore. La città di Camerino dopo il terremoto è stata chiusa in maniera definitiva e totale , tutto è zona rossa ed ancora dopo due anni tutto è fermo.

Terremoto: Cui prodest.

L'Università di Camerino è tale e conosciuta come tale perché nata in Camerino circa 700 anni fa, e l'università di Camerino poteva e doveva essere lo stimolo e la causa di una rapida ricostruzione, anzi riparazione dei danni del terremoto affinché il centro storico potesse ricominciare a vivere. Invece no, l'Università, orgogliosamente ha spostato in periferia su nuove aree quelle attività che potevano essere il volano per il restauro del centro storico. Per essere brevi, tanto il concetto credo sia chiaro a tutti, faccio l'esempio del nuovo "Campus" come piace che si chiami l'area di insediamento delle nuove residenze per gli studenti, in costruzione nella periferia nord del Comune. Un ossimoro: ho letto che per tale intervento è intervenuta la Croce Rossa Canadese: di solito la CR porta aiuto per vivere, invece qui contribuirà all'abbandono di Camerino. (Se non ci saranno più gli studenti nel centro storico non ci saranno attività commerciali senza le quali non ci saranno più neanche i residenti ed il valore economico degli edifici sarà ben misero). Io non sono di Camerino, ma fin da piccolo ho frequentato la città sede della Curia Arcivescovile. Molti miei amici sacerdoti vivevano e vivono in Camerino e per questo il suo abbandono mi dispiace molto. La vita sociale ed economica di Camerino è stata sempre legata all'Università: le case affittate agli studenti i collegi universitari per studenti, le attività economiche, tutto viveva in funzione della presenza massiccia degli studenti. La vita quotidiana e serale era segnata dalla loro presenza, le vie dove risiedevano erano vitalizzate dalla loro presenza in continuo movimento. Ho notizia che il nuovo "Campus" costa sei milioni e mezzo di Euro. Con questi importi l'Università doveva farsi promotrice di un intervento immediato e restaurare parte delle abitazioni del centro storico finalizzate alla residenza degli studenti e lì organizzare il "Campus" (definizione tanto piaciona) anzi sarebbe stato veramente una novità definire "Campus parte del centro storico di Camerino" con le attività connesse oltre alla residenze per gli studenti. Questa mania di americanizzare le cose non mi piace, la nostra cultura precede di migliaia di anni quella americana, eppure ancora andiamo dietro al "Campus", che poi è un linguaggio latino.

Nel centro storico terremotato di Camerino con sei milioni e mezzo di Euro, stando alle somme al mq stabilite dalla legge per la ricostruzione, si sarebbero potuti restaurare circa 16.259 mq di superficie complessiva in edifici con danno B, livello operativo L0,( 400,00 euro/mq); considerando una superficie media complessiva per ogni unità abitativa di 100 mq si sarebbero restaurate circa 162 unità.

Con livello operativo L1 (850 euro mq) si potevano restaurare circa 7.647 mq di superficie complessiva.

Con danno L2 (€ 1.100,00) si potevano restaurare mq 5.909 di superficie complessiva pari alla creazione di possibili restaurate 59 unità.

Consideriamo anche che la maggior parte degli edifici di Camerino avranno danneggiamenti del tipo B, come penso, visti gli ampi e numerosi restauri effettuati con il terremoto del 1997, che avranno avuto il loro effetto positivo.

Se tutti gli interventi che l'Università di Camerino ha realizzato dopo il terremoto, ma forse si possono mettere in conto anche quelli fatti prima, li avesse indirizzati al recupero del centro storico della città per finalità didattiche e residenziali invece di utilizzare nuove aree nella periferia, sarebbe stato un esempio eccezionale ed unico di integrazione tra città e Università, veicolando inoltre una sicura riduzione dei tempi della ricostruzione e un futuro certo alla città in termini di rinascita e sviluppo economico.

Invece di Camerino si usa solo il nome.

Universitari dirigenti, non compiacetevi di costruire fuori dal centro storico di Camerino nuovi insediamenti, Camerino non è Roma o altra grande città per cui decongestionare il centro storico porta ad una miglioramento della vita all'interno di esso, a Camerino portare via le attività dal suo centro storico significa farla morire

Un grande errore è consentire da parte delle Amministrazioni Comunali l'insediamento di attività economiche, sociali, scolastiche ecc. fuori dal centri storici delle città o dei paesi, salvo poi constatarne lo spopolamento durante le campagne elettorali, proponendo quindi la loro rivalutazione e impossibile rivitalizzazione.

Questo è in sintesi un esempio di danni collaterali del terremoto che non potranno mai essere restaurati; è solo una mia convinzione e spero di cuore di sbagliare.

3 gennaio 2019

arch. Giuseppe Gentili


Il terremoto 2016, ed altro (1/4)

Vorrei proporre alcune riflessioni sugli eventi sismici avvenuti tre anni orsono, sotto i vari aspetti che interessano le popolazioni colpite, ma siccome il tema è corposo vorrei sviluppare i discorsi suddividendoli in più parti e precisamente in 4 temi.

Premetto che sono un residente nella zona del cratere, ho 71 anni e non cerco commesse. La zona è anche una di quelle non eccessivamente toccate ma neanche passate immunemente all’evento: Sarnano, dove è stato demolito più per volontà dell’uomo che per colpa diretta del terremoto.

AD OGNI TERREMOTO….

Siamo a tre anni dal terremoto del 26 agosto 2016 e quello, ben più forte, del 30 ottobre 2016 che ha messo in crisi l’Italia centrale. I lavori di restauro praticamente inesistenti o poco più. Solo qualche restauro di roba leggera. Invece molti dibattiti, convegni, scritti e libri, programmi televisivi, manifestazioni di ogni genere, perfino canore a suffragio del terremoto e dei poveri abitanti delle terre devastate. Qui bisognerebbe fare molte puntualizzazioni e precisazioni sulla estensione e sulla gravità degli effetti sismici, e sulle condizioni statiche di molti edifici. I crolli e i morti purtroppo non si discutono, c’è solo dolore e rabbia perché si sarebbero potuti evitare, ma per il resto c’è molto da dire, purtroppo il terremoto giova economicamente a molta gente, prima ancora di iniziare la vera ricostruzione e il vero restauro.

Ora parliamo dello Stato Centrale: l’Italia. Ogni qualvolta che avviene un terremoto, nessuno dei nostri dirigenti politici ricorda più quello precedente o quelli precedenti. Per fare fronte all’emergenza si ricomincia sempre con nuove procedure d’intervento, nuovi Decreti d’Urgenza. Appena la manifestazione sismica è in fase terminale emergono subito norme sul come provvedere al caso, indicate allo Stato da specialisti di ogni genere, specialmente Universitari, o altri Enti specializzati ed adatti al caso, che indicano il modo con cui far fronte all’emergenza ed alla ricostruzione. Sempre ovviamente come se il terremoto si fosse manifestato per la prima volta nel territorio Italiano, in qualunque regione esso sia. Mai che si possa partire da esperienze passate migliorando le procedure o i sistemi d’intervento. Eppure l’Italia è territorio sismico da sempre, quindi ad oggi dovrebbe esserci una cultura tale da portare a procedure e protocolli sperimentati negli anni, invece niente ogni volta si riparte da zero. La conseguenza di questo modo di intervenire da parte dello Stato, e cioè ogni volta è la prima volta, porta a perdite di tempo infinite le cui spese sono sulle spalle dei terremotati e sulle spalle dei contribuenti non terremotati. Possibile che gli esperti che lo Stato chiama per risolvere con urgenza il problema debbano far vedere che sono sempre più bravi di quelli intervenuti nei terremoti precedenti, e inventano nuove procedure d’intervento. Possibile che non si capisca che bisogna avere una linearità di sistemi d’intervento arricchita negli anni dalle varie esperienze.

Per esempio parlando dei terremoti nella nostra zona le procedure per la risoluzione del problema per il terremoto del 2016 non hanno nulla di simile con quelle del terremoto del 1997, possibile che una nazione sismica come l’Italia non abbia un procedimento sperimentato che si mantenga per ogni terremoto, ed anzi venga migliorato ogni qualvolta, ma che mantenga una intelaiatura di base.

Facciamo un esempio, prendiamo la normativa antincendio, questa è codificata da anni , da anni si procede ad aggiornamenti e miglioramenti facendo tesoro delle procedure passate. Non è che ad ogni incendio lo Stato Italiano o il suo delegato, in questo caso il corpo dei Vigili del Fuoco, emette decreti ed ordinanze specifiche ad ogni incendio che avviene sul territorio nazionale, le modalità sono già codificate. Si mettono in atto le norme per la prevenzione che già esistono, casomai corrette ed adeguate al caso, e alle nuove tecnologie, o ai nuovi tempi, ma il concetto di base è un'unica normativa che si sviluppa e si migliora negli anni. Stessa cosa nelle normative relative alle costruzioni in zona sismica, si aggiornano, si modificano, ma fanno parte sempre dello stesso filo conduttore iniziato tempo fa.

Per il terremoto no, ogni volta che avviene un terremoto in Italia, qualcuno si sveglia pensando di essere più bravo ed inventa una nuova procedura d’intervento e quindi dopo tre anni siamo a questo stato di ricostruzione cioè a nulla, con le macerie, dico le macerie, che sarebbero la prima cosa da sistemare e subito, ancora in loco.

Nessun Governo nei decenni ha mai proposto una legge procedurale e risarcitoria in caso di terremoto, un codice a cui immediatamente si possa far riferimento e spontaneamente seguirne i protocolli: i Sindaci, i professionisti, i terremotati o chiunque altro interessato alla emergenza ed alla ricostruzione. Un primo ed indispensabile provvedimento sarebbe il molte volte citato censimento degli immobili, con lo stato degli edifici in funzione antisismica.

Tra un terremoto e l’altro si potrebbero verificare gli edifici utilizzando professionisti preparati, con esperienza di anni di professione, specialisti qualificati, magari accompagnati da laureati giovani, e non con tutto il cucuzzaro, come di solito si fa, e quindi predisporre le varie modalità d’intervento che possono avvenire in tempi non di emergenza. Già sarebbe un modo per ridurre i danni e le confusioni emergenziali., e quindi le spese e i disagi immensi della gente.

Faccio un esempio personale ma sicuramente simile ad altri casi: abito in un villaggio di campagna costituito da case con muri in pietra calcarea e mattoni legati con malta di calce, e solai in legno. Vecchi edifici con porzioni di essi almeno di 600-300 anni di età, che nel tempo si sono adeguati alle necessità abitative e di vita delle persone che vi hanno abitato. Dal 1987-1988, dopo aver fatto un corso con il professor ingegner Antonino Giuffrè, dell’Università di Napoli con esperienza sul campo del terremoto dell’Irpinia del 1980, e dopo varia documentazione sulle lesioni da terremoto e non, ho iniziato a restaurare questo villaggio con i metodi e i sistemi dettati dall’ing. Giuffrè, ovviamente a mie spese, e tempo a tempo negli anni. Nel 1997 avvenne il terremoto di magnitudo 6,0 Richter nell’Appennino umbro-marchigiano. Le parti di edifici restaurate con i sistemi del Professore restarono indenni, gli altri data l’intensità del terremoto non eccessivamente forte, ebbero alcune lesioni non gravi. Dal 1997 in poi ho continuato a restaurare i rimanenti edifici sempre con le stesse modalità e a mie spese e per fortuna al terremoto dell’agosto 2016 tutti gli edifici erano stati rinforzati e restaurati alcuni solo strutturalmente, senza finiture. I terremoti di agosto 2016 e quello ben più consistente del 30 ottobre non hanno provocato alcun danno a nessuno degli edifici, tanto che la mia famiglia con una zia di 99 anni non ha avuto la necessità di trovare una abitazione alternativa, né di finire in uno dei tanti alberghi a spese dello stato.

Ora la morale è: se i privati cittadini, che sicuramente negli anni hanno restaurato costruito rifatto gli edifici di proprietà sia per la residenza che per le loro attività economiche, e a loro spese, avessero incaricato professionisti adeguati, e questi avessero utilizzato procedure sperimentate di restauro antisismico molti problemi, ad oggi, sarebbero stati già risolti. Magari se lo stato avesse compartecipato anche in percentuale al rafforzamento volontario dei proprietari in maniera antisimica degli edifici avremmo oggi un territorio ben diverso.

Gli edifici suddetti di proprietà della mia famiglia hanno dovuto pagare l’IMU perché erano sani ed abitabili, dopo il sisma, ma lo erano a spese mie e dei miei, e restaurati utilizzando le tecniche adatte e già conosciute.

23 agosto 2019 arch. Giuseppe Gentili


Il decreto per la ricostruzione (2/4)

La legge 189/2016

UNICO COMMISSARIO PER QUATTRO REGIONI, WITH LIST CON TUTTO IL CUCUZZARO, IMPRESE E PROFESSIONISTI QUALIFICATI CON LA SEMPLICE RICEVUTA DEL PAGAMENTO DEI CONTRIBUTI, NON CHE SIANO IN GRADO O ABBIANO LE CAPACITA PROFESSIONALI DOCUMENTATE PER LA RICOSTRUZIONE POST-SISMA.

Il 17 ottobre 2016, dopo circa due mesi dalla scossa del 24 agosto 2018 e prima di quella ben più consistente del 30 ottobre 2016 il Commissario straordinario del Governo nominato dal Presidente della Repubblica, un certo Vasco Errani, il 17 ottobre 2016 ha emanato il Decreto Legge n.189 , dove venivano dettate le regole atte a risolvere i problemi determinati dal terremoto. I punti caratterizzanti tale decreto, che interessavano gli interventi di ricostruzione, erano quelli che prevedevano delle liste speciali alle quali si dovevano iscrivere sia i progettisti che le imprese che avrebbero preso parte alla ricostruzione, e , solo queste imprese e professionisti iscritti alle liste, gli altri no.

Alla luce di ciò credevo che, finalmente, il personale che avrebbe dovuto ricostruire e salvaguardare da possibili scosse future tutto il tessuto edilizio privato e pubblico, sarebbe stato classificato secondo caratteri specialistico–professionali ben dettagliati. In pratica credevo che in questo decreto ci fossero elencate le qualità adatte ed elencate ad interventi strutturali al fine di ripristinare e ricostruire solidamente gli edifici pubblici e privati.

Ora è indispensabile una constatazione evidente a tutti: il terremoto produce danni strutturali agli edifici, solo danni strutturali che poi possono portarsi dietro la caduta delle finiture ma l’impatto dell’onda sismica sull’edificio è esclusivamente strutturale. La classificazione post sisma di un edificio relativamente alla sue condizioni di sicurezza statica di conseguenza si configurerebbe come una verifica statica un collaudo statico delle condizioni di sicurezza tale da permettere alla gente di poter continuare ad abitare l’immobile, oppure abbandonarlo del tutto e ricostruirlo, oppure apportare interventi tali da renderlo sicuro per un futuro terremoto. Nella prassi normale il collaudo strutturale è compito esclusivo di ingegneri ed architetti con almeno dieci anni di iscrizione all’Albo Professionale.

Allora, se per redigere un collaudo strutturale c’è bisogno di tali caratteristiche, professionisti Ingegneri ed Architetti con dieci anni di iscrizione ai rispettivi albi professionali, perché prima la verifica di danno, poi la conseguente ricostruzione o restauro, è aperta a tutte le professioni e con qualunque tempo di esperienza, con la sola cogente clausola di “ secondo le rispettive competenze”?. Ora un architetto o ingegnere, appena laureati, possiedono le competenze per intervenire negli edifici con danni conseguenti al terremoto? Gli altri professionisti diplomati possiedono le competenze per tali interventi? Secondo la legge 1086/1971, DPR 380/2001, NTC 2008, sui collaudi strutturali, e il terremoto produce solo ed esclusivamente danni strutturali, i professionisti senza queste caratteristiche no, non possono effettuare collaudi strutturali, e ripeto il terremoto produce solo danni strutturali. Dirò di più, certi collaudi strutturali edili dovrebbero essere di sola competenza del professionista ingegneri, ma soltanto di quegli ingegneri laureati in ingegneria civile, non in chimica o elettronica o altre competenze.

Non sarebbe stato meglio quindi per il cittadino terremotato, e per la prevenzione antisismica futura, che si fossero fatte delle liste con in elenco gruppi di professionisti per la progettazione, composti obbligatoriamente da persone di una certa età, ingegneri ed architetti, quindi con oltre i dieci anni di iscrizione e professionisti più giovani, insieme a geometri e periti tecnici? Questo avrebbe prodotto formazione, ricerca ed anche nuove modalità d’intervento.

Nel decreto 189/2016 sapete quali sono le condizioni indispensabili per poter essere iscritto alle famose liste che consentono gli interventi di ricostruzione ? aver pagato i contributi sia per l’impresa che per i professionisti. Si dirà che per l’impresa è previsto una certificazione antimafia, quella certificazione è prevista per ogni appalto dello stato e siccome questi sono finanziamenti statali è bene e necessario possedere questo certificato antimafia per essere iscritto. È solo burocrazia e non competenza, infatti i risultati delle incompetenze sia professionali che delle imprese edilizie sono ben evidenti nei danni e nei crolli di edifici già ristrutturati con finanziamento dello Stato nel terremoto del 1997. Ma questo chi lo scrive?, nessun giornale, nessuna televisione, nessuno di nessuno. Siamo obbligatoriamente iscritti alle cosiddette “White List” non si sa per quale recondito motivo, non certo per ottenere un risultato ottimale e preventiva nella ricostruzione e restauro da terremoto.

PREVENZIONE DAI DANNI DEL TERREMOTO

La prevenzione dei rischi e la sicurezza dell’uomo in tutte le attività umane è la prima cosa che lo Stato impone in qualche modo con legislazioni specifiche.

Nel campo sismico la prevenzione si basa sul costruire il nuovo in modo adeguato secondo canoni dettati da specifiche leggi. Se le costruzioni sono realizzate secondo tali leggi il terremoto non costituisce alcun pericolo. Si può dire la stessa cosa per le murature storiche, se il restauro è eseguito secondo alcuni criteri e metodologie messi a punto negli anni da professori universitari e professionisti preparati, il danno da terremoto è molto limitato ed in alcuni casi nullo. Almeno con terremoti di grado Ritter pari a quello del 2016. Ma se venisse una scossa più forte forse anche queste metodologie anche se sperimentate ad oggi potrebbero non essere sufficienti. La natura è sempre più forte dell’uomo e della sua scienza. In Giappone a Fukushima la centrale nucleare era stata realizzata con sistemi che avrebbero bene resistito fino all’ottavo Ritter. Tutto bene per diversi anni poi la natura ha deciso che voleva realizzare un terremoto più forte e la centrale nucleare di Fukushima fu gravemente danneggiata. L’uomo non può inseguire la potenza del terremoto, cioè della natura, perché non vincerà mai.

Allora i sistemi per evitare le conseguenze di un sisma, cioè evitare in termini pratici le conseguenze delle oscillazioni, dei movimenti orizzontali che sono quelli che determinano i crolli a seconda dell’intensità, questi sistemi ci sono e sono funzionanti perfettamente dove sono stati applicati.

Questi sistemi si chiamano isolatori antisismici a scorrimento.

E’ vero che nel mondo molte nazione tipo Giappone utilizzano ed attivano sistemi antisismici, ma come si vede ad ogni terremoto, gli arredi e le persone sono sballottate da tutte le parti, è vero che l’edificio non crolla e le persone sono salve ma non basta, con gli isolatori a scorrimento tutto questo trambusto sarebbe evitato. Questi isolatori a scorrimento dovrebbero essere e sono costituiti da sfere poste sotto alla fondazione degli edifici, come fosse un cuscinetto a sfera , un letto di palline, così quando arriva la scossa sismica l’edificio per inerzia resta fermo perché l’oscillazione viene annullata dal movimento delle palline. Ricerche approfondite su questi sistemi non se ne fanno, gli Istituti antisismici delle Università studiano di tutto, ma di altro genere e con scarsi o costosissimi risultati. Questo, che sarebbe l’unico sistema efficace, non viene studiato da nessuno come si dovrebbe e con i relativi finanziamenti.

Un esempio indiscutibile del funzionamento di questo sistema può essere visionato in Internet cercando “le basi antisismiche dei Bronzi di Riace” che tutti conoscono, realizzate dall’ENEA, che tutti conoscono. Se funzionano per le statue o per altri reperti storico-artistici perché tali sistemi non si studiano per gli edifici? Per i Ponti e per tutto quello che si danneggerebbe con un terremoto? Questo non si riesce a capire, per anni ho provato a proporre studi su questi sistemi a molti ricercatori e professori di Università senza risultato. Si studia per andare su Marte si ricercano mondi nuovi simili alla terra ma per la ricerca sull’anti terremoto non ci sono ne fondi ne media di propaganda che potrebbero veicolarli,. mentre sulla Terra ancora si muore a causa non del terremoto ma di edifici e sistemi non adeguati al terremoto. Basterebbe che il mondo dedicasse più interesse e finanziamenti a questo problema mondiale. Penso al terremoto in un ospedale mentre l’equipe chirurgica sta operando, se esistessero questi sistemi, l’edificio non si muoverebbe e il chirurgo potrebbe continuare la sua opera sul paziente. Ho prova che professori di Università che studiano da anni questi sistemi non riescono ad ottenere finanziamenti adeguati per tale scopo. Non c’è interesse a risolvere il problema del terremoto? Probabilmente no, anzi sicuramente non c’è interesse perché in tutti gli anni della mia professione e sono 47, non ho mai visto, né conosciuto uno studio continuo e ben finanziato su questo tema fino a portarlo ad una industrializzazione e commercializzazione. Forse ci saranno motivi economici che non capisco che non conosco, eppure i Bronzi di Riace sono in piede anche con il terremoto, con le basi provviste di isolatori a scorrimento..

30 agosto 2019

Giuseppe Gentili


Restauro e ricostruzione post sisma.
Dov'era e com'era, oppure no! (3/4)

Il terremoto, prima ancora di iniziare la vera ricostruzione e il vero restauro giova economicamente a molta gente, questo va tenuto a mente.

Comunque tralascio questo per parlarne in altro sito e mi interesso del restauro.

Il dibattito, sterile ma utile a qualcuno, si sviluppa su due teorie di intervento: 1) l’una pontifica che bisogna ricostruire in altre zone. Specialmente dove il terremoto ha prodotto molti danni con distruzioni quasi totali è bene traslocare. Studi superspecializzati di propagazione sismica informano che in certe aree non si può ricostruire. Alle Amministrazioni comunali è stato detto da parte degli esperti sismologhi e specialmente urbanisti delle varie Università, che c’è bisogno di piani urbanistici finalizzati alla ricostruzione, per scegliere le nuove aree, le nuove tecniche di costruzione, e le nuove tipologie. 2) nel caso invece che l’Amministrazione Comunale propenda per il restauro dell’edificato dei centri storici o delle frazioni più o meno grandi e restaurare i manufatti restando nel luogo di origine, prima di qualsiasi intervento, bisogna redigere i piani di “perimetrazione” che non so cosa siano, ma so che sicuramente non servono ai proprietari di case lesionate o distrutte dal terremoto, ma soltanto ai professionisti ingegneri ed architetti che di solito e di norma non sono neanche quelli del luogo.

Fatto è che con la storia della “perimetrazione” dopo tre anni nei centri storici con danni rilevanti, tutto è ancora fermo. Ho notizia che oggi 29 novembre 2019, è stata finalmente affidata la progettazione della “perimetrazione” di Castel Sant’Angelo sul Nera, e guarda caso c’è di mezzo un big dell’architettura internazionale come Boeri, che non è certamente marchigiano. Ho assistito anche a discussioni estenuanti sulla ricostruzione di un agglomerato di edifici concatenati di diverse proprietà le quali non trovavano, e non l’hanno trovato, l’accordo sul come riposizionarsi in previsione di una ricostruzione diversa dalla esistente, perché i professionisti illuminati avevano modificato lo stato delle cose come erano prima del sisma. Che senso ha ricostruire un agglomerato di edifici nello stesso posto ma con caratteristiche e tipologie scelte dai progettisti, si ricostruirebbero case che non sono nell’anima e nella storia delle famiglie che lì vivevano prima . Ma il professionista specialmente se di fama, vuol passare alla storia per il suo genio non per la sua umanità e umiltà, ponendo le sue conoscenze tecniche antisismiche al servizio ed alla storia delle persone che prima abitavano il borgo. Alla loro sensibilità al loro dolore, alla loro volontà di ritrovare le cose che conoscevano facendo ripartire la vita da dove il sisma l’aveva temporaneamente interrotta. No, si pretende che un professionista, sempre molto illuminato, decida che tipo di vita dovranno fare i cosiddetti terremotati, dopo la ricostruzione. La storia sismica, come già detto, non insegna nulla all’uomo perché questo ogni volta pensa di essere migliore e più bravo di chi lo ha preceduto nel risolvere lo stesso problema.

Le persone che hanno avuto distrutta la casa o l’agglomerato o il loro villaggio o il loro paese, a seconda della dimensione della distruzione, ricerca nella ricostruzione il ripristino della sensazione, della percezione visiva, delle immagini, degli spazi ampi o angusti che hanno accompagnato la loro vita fin dalla nascita. Questo vuole la gente, e questo è quello che vorrei io nel caso fossi stato sfortunato e il mio villaggio fosse crollato. Vorrei che nessuno mi venisse ad insegnare la nuova esistenza nel centro ricostruito in nome della sua professionalità architettonica.

Io vorrei che la mia casa il mio villaggio la mia frazione e il suo intorno fosse ricostruito come era e dove era, riproponendomi le stesse sensazioni immagini colori e forme a me conosciute, quindi la ricostruzione deve avvenire con le stesse forme dimensioni colori, al limite funzionalità di come era prima del sisma a seconda della volontà dei proprietari. Cosa è fondamentale che si modifichi? La struttura resistente al prossimo sisma, il modo di legare le materie che costituiranno la nuova casa uguale a quella che avevo prima. L’uomo spezza la vita delle persone non il terremoto, se lo si affrontasse con intelligenza scienza e umanità.

Se fin dalla fine delle scosse lo Stato avesse dato la possibilità ad ognuno di ricostruire la propria casa dove era e come era, scegliendosi il professionista che vuole, in accordo con il vicino, perché se si ricostruisce come era e dove era nessuno avrebbe da ridire.

La cultura demagogica che piange sul fatto che molte zone resteranno deserte non più abitate, è la causa dell’ipotetico abbandono, perché le cose vengono calate dall’alto e mai si considerano le persone come unità costituenti lo Stato e quindi con possibilità di pensiero, di partecipazione diretta alla ricostruzione con propri concetti determinati dalla loro cultura ( cultura intesa come modo di vivere nel tempo con caratteristiche specifiche di quella popolazione). Ci sono modi per poter ricostruire anche in zone dove il terreno ci viene detto non è idoneo, certo se è in frana non era idoneo mai, né dopo il sisma né prima e se sono state realizzate costruzioni in queste zone la colpa è di chi ha dato le autorizzazioni e ne dovrebbe pagare le conseguenze. Ma sono rari i casi in cui i nostri antenati avevano posto le loro case in zone in frana, anzi non mi risultano proprio. Se il terreno non sopporta i pesi delle case si consolidano i terreni per esempio costruendo della platee su pali profondi quanto si vuole purché la casa sopra non venga attaccata a questa platea la casa deve essere costruita come se sotto avessimo un ottimo terreno, cioè con fondazioni indipendenti dal consolidamento effettuato su pali, ecc ecc.

Se lo Stato avesse fiducia nella gente le cose andrebbero molti meglio in ogni campo, in collaborazione diretta con gli abitanti avremmo rifatto i progetti così come erano gli abitati, e iniziato la ricostruzione bastava che lo Stato avesse dato i finanziamenti. Poi le verifiche, e se qualcuno avesse fatto il furbo i mezzi per fargli pagare il danno e il tentativo d’imbroglio non sarebbero mancati. Certamente la questione statica antisismica avrebbe avuto la priorità su qualunque altra lavorazione prevista nel progetto di ricostruzione.

Però ci sarebbe stato un problema politico: non si sarebbe potuto far cadere dall’alto tutto quello relativo alla ricostruzione, non ci sarebbero stati i vari piani, progetti d’insieme, perimetrazioni, interventi proposti da luminari che avrebbero anche inventato come poter vivere e convivere dopo la ricostruzione, il tipo di economia, dove andare e cosa fare come comportarsi ecc., cioè l’indicazione della vita futura imposta alle persone che fino al giorno prima del terremoto erano autonome, indipendenti povere o ricche, con lavoro o senza lavoro, ma con azioni e vita determinata dalla propria testa.

Un esempio per chiudere, l’argomento: il terremoto del Belice. Sono stati ricostruiti centri urbani, tipo Poggioreale, in provincia di Trapani, secondo i progetti e modalità dei luminari professionisti architetti pianificatori supremi, obbligando e indicando alla gente dove andare a vivere, con quale casa, piazza, chiesa, vicini di casa, strade, fontane, palazzi e palazzetti, ma la realtà dei fatti ci dice che questi nuovi centri sono deserti e solitari, come se fossero stati costruiti per una scenografia cinematografica e non per le persone terremotate. Dove è andata la popolazione? Dove è voluta andare, da altre parti, purché scegliere liberamente e lontano dai prodotti dell’architettura acculturata e politicamente corretta. Poggioreale oggi è deserta, andate a vedere in Internet troverete tutto. Il vecchio paese, che è ancora in piedi, anche se terremotato, e attualmente mantenuto in qualche modo da volontari, poteva essere restaurato e la gente sarebbe ritornata con amore nelle proprie e antiche case. Oltretutto un paese con una storia antica e con edifici di pregio. Allego foto della nuova Poggioreale inanimata.

Ma lo stato o chi per lui non capisce, come detto al n.1 non si fa tesoro di quello che è accaduto nei decenni e nei terremoti precedenti, ma c’è la mania di ricominciare sempre da capo e male, molto male.

Chi dice che è una stupidaggine dire “ricostruire dove era e come era” e che questa è una frase da incompetenti, superficiale e per non addetti ai lavori, invece io credo che i motivi per negare questo concetto elementare, siano ben altri e con solo finalizzate motivazioni economiche.

Non voglio prendere in considerazione le cause e le motivazioni che hanno determinato demolizioni generiche ed incontrollate, queste si superficiali, e indicate da professionisti con scarse capacità tecniche perché altrimenti prima di demolire avrebbero fatto studi specifici con elaborati grafici corredati da verifiche precise anche geologiche. Non esiste nessuna demolizione con tale documentazione tecnica, ma un domani si dirà che si è demolito per la messa in sicurezza, dimenticandoci che la gente è stata trasferita comunque in altro luogo quindi si poteva anche aspettare, studiare e poi demolire quegli edifici che sarebbero risultati effettivamente in fase di crollo. Gli altri sarebbero stati restaurati. Questo è il modo di agire da professionisti, ma come specificato nel n.2, i professionisti qualificati sono solo quelli che pagano i contributi, e si sarebbe salvata la storia.

9 settembre 2019

Arch. Giuseppe Gentili


Terremoto e pseudoarte (4/4)

Le manifestazioni che vengono indicate proposte come un aiuto alle popolazioni terremotate sono sempre molte, e sono avvenute ed avvengono in ogni luogo dell’Italia sismica. Due esempi, tanto per puntare il dito su cose che, non c’entrano niente con il terremoto, ma che demagogicamente e sempre realizzate da i non colpiti dall’evento, si producono con l’aiuto di cieche Amministrazioni Comunali. Nel terremoto dell’Italia centrale del 2016 l’evento in questione è stato il cosiddetto “Risorgi Marche”, concerto gratuito di cantanti e musici vari che si è svolto nelle zone di montagna abbastanza impervie e lontane da strade, che per andarci, in ossequio all’ecologia imperante, se no che evento è, dovevano essere raggiunte a piedi, con zaini, racchette, borraccette d’acqua ecc. Roba da soli giovani e ben allenati. Il beneficio di tali manifestazioni, io che vivo all’interno del cratere sismico e come me tantissime altre persone, non si è riscontrato in nessun modo, ma il lato propagandistico e promozionale degli organizzatori ed esecutori, quello c’è stato senza ombra di dubbio con grande effetto mediatico. Le case distrutte dal terremoto sono ancora li, senza accorgersi del “Risorgi Marche” tanto è che non è risorto un bel nulla, come il valore di simili manifestazioni, demagogia esclusa, quella risorge sempre.

Ma alla fine tale evento dico che non ha danni collaterali di nessun genere, al più un po’ di erba calpestata ma niente di più. In Sicilia, per il terremoto del Belice del 1968, la strumentalizzazione senza vergogna è stata molto ma molto più grave, perché ha procurato un danno irreversibile, il territorio non potrà più essere risanato se non da un meteorite, che centri esclusivamente e solo il cosiddetto “Cretto di Burri”, una colata di cemento bianco di circa 80.000 mq, dico 80.000 mq di colata di cemento sulle rovine di Gibellina distrutta dal terremoto.

Descrivo in sintesi l’antefatto. Nel 1968 ci fu nell’area del Belice un terremoto di grado Richter 6,4 distrusse una ampia zona in provincia di Trapani, tra cui Gibellina, un paese di circa 5.000 abitanti. abitanti. Le macerie di una intero centro storico invece di studiarle e proporne una ricostruzione, furono sepolte sotto una colata di cemento bianco che ne evidenziava in maniera anonima ed uguale tutte le strade che costituivano la rete viaria prima del sisma. Le macerie delle case, a prescindere dalla loro caratteristica e segno umano della storia, furono coperte con cemento con altezza di cm 1,80 circa. Tutta la storia di un paese che stava li da centinaia di anni, Gibellina è del XIV secolo circa, accumunata ed omologata sotto uno strato di cemento uguale per 80.000 mq. Ora io dico solo menti particolari, molto particolari possono aver pensato una cosa del genere, ma non solo, questo disastro è stato definito come una grande opera d’arte “ Land Art” anzi la più grande del mondo, in inglese ovviamente, se no come si fa a distinguere l’elite culturale dal popolo ignorante. Questa roba, direbbe un corregionale, essendo una opera d’arte difficile da capire, perché offensiva ed inutile, è corredata anche di un museo organizzato all’interno della ex Chiesa di Santa Caterina, così abbiamo cancellato anche la chiesa, che era rimasta indenne dal terremoto del 1968. Questo è normale? Tutto ciò in ricordo di quel dramma, i morti del terremoto si ricordano ricostruendo il costruito crollato, non con un danno paesaggistico mai più risanabile, non si ricordano i morti, 231, con la negazione delle loro storia. Con la negazione e cancellazione di ogni singola vita rappresentata dalla case anche ridotte in ruderi. Ogni vita nelle vie, nei mattoni e nelle pietre, nelle decorazioni, nelle forme e nella sua collocazione fisica sulla geometria del paese, ogni famiglia cancellata ricchi e poveri insieme al loro dolore e sconforto. Neanche il luogo a forma di rudere dove poter andare per ricordare la vita passata insieme alle altre persone- Una cosa che andrebbe indicata come una delle peggiori cancellazioni della memoria. E c’è chi con faccia tosta per non specificare meglio, definisce questo annullamento culturale dell’individualità di una popolazione “opera d’arte” senza vergogna, e si continua senza vergogna realizzando il anche un museo, non di Gibellina, della sua storia e dei suoi abitanti e delle sue tracce, ma un museo voluto dall’Amministrazione Comunale, come si legge, necessario per spiegare “il significato di questa opera il suo significato profondo “ la genesi del Cretto”. Dice l’assessore alla Cultura, almeno questo si legge: ”qqqqqq Questa è conservazione della memoria”, “sacrario che genera vita”.uesta A volte credo che le parole si manifestino a prescindere dalla volontà di chi le dice altrimenti, queste, non potrebbero essere spiegate.

Gibellina fu ricostruita in altra zona, circa 11-15 chilometri di distanza, sul territorio di un altro Comune, con il contributo intellettuale di molte menti superiori.

La memoria di Gibellina sarebbe stata conservata molto meglio ricostruendo su Gibellina, Gibellina, non coprendola senza lasciare traccia di sé e del suo sociale, se non tramite fotografie e, per qualche anno ancora, tramite la memoria di chi ci è vissuto, obbligando il popolo a trasmigrare con tutta la loro storia e cultura. Per l’antica Gibellina solo cemento bianco: “il Cretto di Burri”. Non è colpa di Burri, che non definisco neanche artista, altrimenti si sarebbe dovuto ribellare a se stesso ed ai suoi committenti, ma è colpa della precisa classe intellettuale, che al di sopra della gente, come in ogni terremoto crede di indicare a questa la giusta via della vita e delle azioni da compiere. Se non si fosse voluto ricostruire la città sulla città, sarebbe bastato conservarla come rudere, come reperto archeologico testimone della sua storia e cultura della popolazione, ogni mattone o pietra, anche se rudere avrebbe parlato della gente. Ma almeno alcune parti del costruito originale avrebbero potuta raccontare e testimoniare la propria esistenza, invece sotto al cemento senza nome ci può essere anonimamente di tutto nel suo mutismo. Spero che la natura nella sua saggezza e noncuranza dell’uomo si riprenda presto la superficie di Gibellina con le sue manifestazioni di erbe, di cespugli e piante varie, allora si avrà il giusto ricordo di Gibellina della sua storia e dei suoi morti.

Fa più danni certa cosiddetta “Cultura” che cento naturali terremoti, salviamo le nostre terre marchigiane terremotate da questa “Cultura”.

25 gennaio 2020

Giuseppe Gentili architetto e terremotato.

IL CRETTO DI BURRI


Codice di Hammurabi (2200 a.C.)